La mia forma nello spazio

Da un esperienza di viaggio nel deserto

08-05-2019
HAKUSHA

Perché ti stupisci, se i lunghi viaggi non ti servono,

dal momento che porti in giro te stesso?”

Seneca: Epistulae morales ad Lucilium

 

E’ una domanda che mi ero posta prima della partenza, forse per giustificare le resistenze più o meno consapevoli che operavano in quei momenti; una domanda preziosa che mi ha aiutato a lasciare a casa inutili fardelli e mi ha permesso di avvicinarmi con l’animo libero e il cuore accogliente all’esperienza che mi veniva offerta.

Lontano dalla mia zona di comfort, in un contesto in cui riproporre le mie abitudini, anche le più piccole e apparentemente innocue, avrebbe inquinato l’esperienza, ho accolto quello che si presentava, così come si presentava, cercando di dialogare con un paesaggio insolitamente essenziale.

Un paesaggio essenziale che mi ha permesso di contattare la mia essenzialità.

Quello che ho potuto cogliere è stato il nascere e crescere di una relazione intima con il luogo che mi ospitava e nel quale ero totalmente immersa, una relazione che si compiva ad ogni nuovo passo di un cammino che andava verso. Ho potuto cogliere anche una trama sottile e sotterranea, solo a tratti intuibile, che si generava in ogni istante con l’intera carovana.

Una comprensione che passa attraverso la resa e l'abbandono di un se tanto ingombrante quanto effimero.

Il luogo è importante in questa storia, un paesaggio fatto di linee orizzontali, al contempo nitide ed impermanenti, cromatismi che non strattonano il cervello. Niente accade all’improvviso, ma quando accade è senza sbavature: le dune si generano da altre dune come se camminassero per andare chissà dove, i suoni e i profumi sono sullo sfondo… in realtà tutto è sullo sfondo, ma di che cosa? Dello spazio credo.

Il grande protagonista invisibile ma innegabilmente percettibile. Il sovrano dei connettivi come emergerà cammin facendo.

In ogni caso questo paesaggio induce all’abbandono delle forme, anche le più eteree, anche delle idee che anziché prendere forma la perdono.

E mentre io mi abbandono lui, lo spazio, si insinua ovunque. Prima lo percepisco che mi attraversa, dalla bocca giù fino ai visceri  …”lo spazio con un corpo intorno” parafrasando la pubblicità delle caramelle. Poi dalla pelle, fra le cellule. Lo spazio fuori si fonde con quello dentro, non solo dentro di me, ma dentro tutto e tutti. In effetti mi rendo conto (in un apparente paradosso direi che tocco con mano) che non esiste uno spazio mio e uno spazio tuo, lo spazio e uno e pervade tutto e tutti perciò quello che di solito intendo, e magari difendo come il mio spazio in realtà non è mio, è in transito, momentaneamente in prestito, giusto perché è circondato soprattutto dalla mia forma. 

Perciò se lascio andare la forma e mi connetto con lo spazio non c’è distinzione.

Timidamente penso: un’esperienza di “non due”? di “universale”? Sicuramente molto intensa.

E’ durata un’istante, giusto il tempo di salvarla nel corpo per poterla ripescare mentre vivo la vita.

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